Bagaglio a mano

BAGAGLIO A MANO

Crescere non è una cosa semplice, anche se naturale. Donne e uomini lo fanno da millenni e continueranno a farlo con tutti i dubbi, le difficoltà, le gioie e le soddisfazioni possibili, cercando di evitare i pericoli degli stereotipi tradizionali.

Bagaglio a manoGiovedì, 6 giugno 2013 – L’aula magna è piena. Certamente la maggior parte dei presenti si trova lì per passare un’ora abbondante fuori dalla classe che ormai trasuda impazienza, voglia di vacanza; è certo anche che i giovani attori lo sanno, ma non per questo sono meno agitati o, ancor più, meno concentrati.
Le luci si spengono, così come si spengne pian piano il vociare degli spettatori, è ora che si scopre il titolo dello spettacolo: Bagaglio a mano. Si intravede facilmente anche il percorso e le motivazioni che hanno portato a scegliere un titolo simile; un percorso non facile, un percorso nel quale gli attori hanno messo a nudo una parte di loro che forse non conoscevano ancora bene. Il bagaglio è riferito alle esperienze che ognuno di noi si porta appresso, ogni giorno, da quando era bambino. Ma non finisce qui, perché il percorso di vita viene riprodotto dai punti di vista di entrambi i sessi; punti di vista differenti, emozioni differenti, sogni differenti, volontà diverse. Già, apparentemente uomo e donna non hanno nulla in comune ma, come per magia, sono complementari: sono gli ultimi due tasselli di quel puzzle che è la vita, quando si trovano i giusti tasselli e il giusto lato di essi non possono non incastrarsi perfettamente.
È qui il fondo della messa in scena da parte delle varie generazioni che compongono l’istituto Augusto Righi, le esperienze e le speranze di entrambe le “parti”, le quali prima o poi si incroceranno.
Dal punto di vista didattico non sono mancati riferimenti ad uno dei più gravi problemi che affligge la nostra società: il femminicidio. A mio avviso però non è stato integrato omogeneamente con il resto dello spettacolo, davvero un peccato.
Tecnicamente non si può certo dire che sia filato tutto liscio come a Broadway, ma mi sarei stupito del contrario visto l’età media dei partecipanti; ciò che mi ha lasciato sorpreso invece è il fatto e che, nonostante i problemi tecnici e l’agitazione, gli attori non si siano lasciati sopraffare e siano riusciti a portare a termine lo spettacolo molto professionalmente.
Uno spettacolo toccante e che aiuta la riflessione, a mio modo di vedere; degli spettatori distratti, di cui scrivevo all’inizio, scommetto che una buona parte si è immedesimato nelle storie e nelle situazioni portate sotto i riflettori e che ha, almeno per un’ora, capito ed ascoltato la parte femminile che alloggia dentro se: chi dice il contrario mente e dimostra di non aver imparato nulla.

Paolo Soddu, 5Ae 2013.

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Immagini scattate dal gruppo “Giovani fotografi” dell’ITIS Righi

L’idea di Vittorio

Donna Corpo Anima è un’attività extrascolastica che attraverso l’espressione corporea intende mettere in evidenza le emozioni dei partecipanti. Questo è un progetto potenzialmente rivolto a tutte le classi, coordinato da un gruppo di docenti di differenti discipline, in un percorso che analizza la figura della donna negli ultimi secoli attraverso l’analisi di contributi di diverso genere (musica, narrativa ecc..) e con l’aiuto e l’intervento di esperti anche esterni alla scuola. L’elaborazione di tutto il materiale che sarà utilizzato confluirà in un’azione scenica finale elaborata dagli studenti stessi. (tratto dal P.O.F. della nostra scuola)

Gli incontri si svolgono tutti i giovedì alle ore 14.30 fino alle ore 16.45 circa presso l’auditorium dell’Omnicomprensivo. In genere c’è un primo momento dedicato ad esercizi specifici del corpo:

– camminare al rallentatore – farsi guidare da un compagno tenendo gli occhi chiusi – cambiare tono di voce – dire una parola muovendo il corpo – mostrare al gruppo le proprie capacità (imitazioni, canto, ballo, acrobazie, raccontare barzellette, ecc..)

Momenti di discussioni per l’ideazione di uno spettacolo finale. Tali discussioni riguardano soprattutto il tema dei rapporti uomo, donna, le loro differenze e i vari stereotipi a loro legati.

Io sono entrato a far parte di questo gruppo nell’ottobre 2012 con alcuni ragazzi, gli altri avevano già partecipato precedentemente. La prima difficoltà che ho incontrato è stata la timidezza, ero molto impacciato e mi vergognavo a fare gli esercizi richiesti perché mi sembravano assurdi e ridicoli. Dopo qualche lezione ho capito che mi servivano per stare meglio con me stesso e gli altri; mi aiutavano a superare la timidezza; aumentavano la mia autostima. Dopo pochi incontri abbiamo messo in scena una piccola rappresentazione che mi ha soddisfatto molto. Non ho avuto difficoltà a parlare in pubblico però sono stato a disagio durante il balletto in quanto non sono capace di ballare, (in fondo non avevo mai ballato in pubblico). La maggiore soddisfazione è stata quella di ricevere i complimenti e la sensazione che con il tempo riuscirò a fare sempre meglio e sarò sempre più sicuro e la mia autostima pian piano crescerà.

Consiglio caldamente a tutti di provare questa attività. All’inizio vi sentirete impacciati, timidi e insicuri però mano a mano che si va avanti, riuscirete non solo a divertirvi ma ad essere anche meno timidi nella vita.

Vittorio Di Sanza, 3Ae, 2012/13

Maschere

7 giugno 2012 – Aula Magna Cento Omnicomprensivo di Corsico (MI)

Atto finale del laboratorio di sperimentazione teatrale del progetto “Donna Corpo Anima” che ha visto coinvolti più di venti studenti distribuiti tra le classi dal primo al quinti anno, sia dell’articolazione di liceo che di istituto tecnico.

Photo Gallery

(a cura del Gruppo Fotografico dell’ITIS A.Righi, Corsico)

Non solo laboratorio

Il progetto Donna Corpo Anima è il titolo di un laboratorio in cui è stato possibile avere i primi impatti con l’arte dello spettacolo.


Personalmente, penso che lo scopo di arrivare a fare uno spettacolo finale sia il meno importante, perché offre insegnamenti utili anche nella vita quotidiana. Infatti, per quanto mi riguarda, prima di fare questo corso pomeridiano quando ballavo hip hop riuscivo ad esprimere pienamente il mio talento solo nel momento in cui ero da solo e nessuno mi stava vedendo, altrimenti sentivo che quello che ne usciva non era lo stesso. Ora questo problema in parte c’è ancora, ma sono riuscito a capire perché mi succede e come posso risolverlo.
Sono un tipo a cui non piace molto essere al centro dell’attenzione ed è in momenti come questi che il mio battito cardiaco sale alle stelle. Ora sto cercando di risolvere questo problema rapidamente per arrivare a fare uno spettacolo finale non perfetto ma sempre migliore. Oltre a questo, non sapevo come gli altri mi vedevano e di conseguenza avevo paura del loro giudizio. Comunque ora ho capito che è inutile pensarla in questo modo perché anche se il mio esito fosse negativo, mi farebbe bene sentirmelo dire perché così saprei in cosa e come devo migliorare. Inoltre ora che insieme ai miei compagni ho vinto i campionati regionali, questo secondo problema non lo sento più.
Se riuscissi a superare il primo, credo che sarei in grado di ballare, relazionarmi con le persone e superare le mie interrogazioni con risultati migliori… Il problema è sempre lo stesso in tutti questi casi. Questo corso mi sta aiutando moltissimo e su di me ha già avuto grandi risultati. Anche la professoressa Piacentini mi ha detto esplicitamente che sono diventato un’altra persona. Ciò mi ha fatto molto piacere e sento che andrà ancora meglio.
Oltre a questo, si impara anche a discutere di alcune tematiche quali, in questo caso, le differenze fra l’uomo e la donna e gli stereotipi a loro legati e a relazionarsi con i professori e con nuovi compagni di altre classi.
Inoltre, per chi non ha ancora scoperto la propria passione, è possibile imparare nuove forme artistiche per esprimere il proprio talento.
Sarei felice se questo progetto potesse rimanere attivo anche l’anno prossimo.

Stefano Toneatto, 2A

Angeli allo specchio

Ciao.
Io vorrei consigliare una lettura accattivante: Angeli allo specchio di Angelica Pozzessere, Ibiskos editrice risolo, 2008 (bg).
Per invogliarvi due recensioni: la prima scritta interamente da una donna; la seconda da una donna-uomo (da un maschio e una femmina insieme)

La prima
Il racconto “Angeli allo specchio” mi ha “intrippato” subito, per questo l’ho finito in due giorni… è un inno alla vita, alla scrittura e alla creazione! Un libro intenso, appassionante, doloroso e penetrante.
In scena: “il sentimento tragico della vita”.
Una madre, un padre, Rossella, Alice – la protagonista -, Marco, Matteo, Mattia, Federico, Sara, Micaela e Pietro.
Il lettore entra nelle viscere delle parole e si incarna in esse.

La seconda
Il libro racconta la storia di una madre comprensiva, di un padre lavoratore e di Alice, la protagonista-sorella. Una famiglia come tante altre. Marco, figlio unico, come molti adolescenti della sua età, convive con una realtà che non lo comprende. I problemi arrivano a scuola: amori, odi, grandi tragedie che rapiscono il lettore proiettandolo nella mente e nella pancia della protagonista.

Postato da Elena Apostolo

Il primo uomo

Da: Karl Kerényi, Il rapporto con il divino, Einaudi, 1991.

[…] Per concludere questo capitolo vorrei dunque presentare un mito dimenticato del primo uomo, narrato da uno scrittore inglese del secolo scorso, F. W. Bain. Egli lo trasse da una fonte indiana, di certo ne elaborò lo stile, ma fu assai abile a rivestire i panni del narratore di miti. […]

In principio, quando nell’opera della creazione giunse il momento di creare la donna, Dio vide che aveva usato tutta la materia per la creazione dell’uomo e non gli rimaneva alcun elemento solido. In grave imbarazzo e dopo profonda meditazione, egli procedette nel modo seguente: prese le rotondità della luna e la flessibilità delle piante sarmentose, l’elasticità dei viticci e il tremito dell’erba, la sottigliezza delle canne e il rigoglio dei fiori, la lievità delle foglie e l’acutezza della proboscide dell’elefante, lo sguardo della cerbiatta e la compattezza di uno sciame di api, la giocondità dei raggi del sole, il pianto delle nuvole e l’instabilità del vento, la pavidità della lepre e la vanità del pavone, la morbidezza del petto del pappagallo e la durezza del diamante, la dolcezza del miele e la crudeltà della tigre, il bruciare del fuoco e la freddezza della neve, il chiacchiericcio della gazza e il canto del cuculo, la falsità della gru e la fedeltà delle anatre selvatiche, e mescolando tutte queste qualità creò la donna e la diede all’uomo.
Ma dopo una settimana venne l’uomo e disse: «Signore, la creatura che tu mi hai dato mi rende la vita infelice. Chiacchiera in continuazione, mi tormenta senza posa e non mi lascia un momento in pace. Vuole che mi occupi continuamente di lei e mi fa sprecare tutto il mio tempo. Strilla per la minima sciocchezza e se ne sta a oziare tutto il santo giorno. sono venuto a riportarla indietro, perché con lei non posso più vivere.» Dio disse: «Va bene» e la riprese indietro. Dopo una settimana l’uomo ritornò e disse: «Signore, ho la sensazione che la mia vita sia diventata un deserto, dal momento in cui ti ho restituito quella creatura. Ripenso a come lei danzava e cantava per me, e come mi sbirciava con la cosa dell’occhio, a come mi parlava e si stringeva a me. E il suo riso era come una musica e lei era bella da vedere e morbida da toccare. Ridammela dunque.» Il Creatore disse: «Va bene». E gliela ridiede.
Dopo tre giorni l’uomo tornò e disse: «Signore, io non so che cosa mi succeda, ma alla fin fine sono arrivato a concludere che essa è per me un disturbo più che un piacere. Ti prego, riprenditela di nuovo!». Ma il Creatore disse: «Vattene via, sparisci, perché io ne ho abbastanza! Cerca di vivere come meglio puoi!» E l’uomo rispose: «Ma con lei non posso vivere!» E il Creatore rispose: «E neppure senza di lei!» Gli voltò le spalle e continuò nella sua opera. Allora l’uomo domandò: «Che cosa devo fare? Giacché non posso vivere né con lei né senza di lei!»

Documento proposto da Filippo Festa

Canto di donna

 di Sergio Solmi

(1899-1981)

Canto di donna che si sa non vista
dietro le chiuse imposte, voce roca,
di languenti abbandoni e d’improvvisi
brividi scorsa, di vuote parole
fatta, ch’io non discerno.
O voce assorta, procellosa e dolce,
folta di sogni,
quale rapiva i marinai in mezzo
al mare, un tempo, canto di sirena.
Voce del desiderio, che non sa
se vuole o teme, ed altra non ridice
cosa che sé, che il suo buio, tremante
amore. Come te l’accesa carne
parla talora, e ascolta
sé stupefatta esistere.

da “Fine di stagione” (1933)

Documento proposto da Ilde Piacentini

Donne

Mulher

Donna

Na tua existencia, o incanto de ser,
a vida, sua estoria,
marcada do desejo de ser
simplismente mulher!
no teu corpo levas
como ninguem mais,
o segredo da vida!
Na sua estoria,
a marca da indiferença,
da discriminaçao, da opressao…
em ti o amor mais bonito,
a beleza transparente,
o carinho mais puro
que me faz homem!
Nel tuo esserci l’incanto dell’essere,
La vita, tua storia,
segnata dal desiderio d’essere
semplicemente donna!
Nel tuo corpo ti porti,
come nessun altro,
il segreto della vita!
Nella tua storia
la macchia dell’indifferenza,
della discriminazione, dell’oppressione…
in te l’amore più bello,
la bellezza più trasparente,
l’affetto più puro
che mi fa uomo!

Eliomar Ribeiro De Souza

La storia della donna dal vestito di piume

Il tema del femminile mi ha fatto subito venire in mente La storia della donna dal vestito di piume, citata nel saggio di una scrittrice marocchina, Fatema Mernissi, insegnante di sociologia a Rabat (e che può essere letta a questo link alle pagg. 7-11).

La scrittrice Fatema Mernissi

Ciò che mi ha colpito maggiormente, leggendo questa breve “fiaba” (che riprende quella di Hassan Al Bas-ri, narrata nelle “Mille e una notte”), raccontata dalla nonna di Fatema prima di morire, è l’idea della donna metaforicamente associata all’immagine di un grande uccello, pronto a volare via, spirito libero che non può mai essere privato delle proprie ali: “la donna dovrebbe vivere come una nomade, sempre all’erta e pronta a migrare anche quando è amata perché l’amore può fagocitarla e diventare la sua prigione”.
L’amore, infatti, “è un’imperfetta approssimazione della vicinanza” (citazione tratta dal libro della scrittrice nicaraguense Gioconda Belli, La donna abitata) e si nutre solo attraverso la distanza; nel momento in cui, nella relazione, uno dei due poli (il maschile o il femminile) cerca di dominare l’altro e possederlo, annullando ogni distanza, eros muore.
Il mito di Orfeo ed Euridice è esemplificativo a tal proposito.

Orfeo era un musicista il cui canto era così persuasivo che riuscì a convincere i guardiani dell’Ade a dargli l’ultima chance per poter ricondurre sulla terra la sposa morta Euridice a condizione di non voltarsi mai a guardarla. Gli occhi di Orfeo, però, non saranno in grado di non dirigersi verso l’amata; in questo modo infrangerà il patto e la perderà per sempre; lo sguardo assume, pertanto, una valenza tragica così come il gesto compiuto da Euridice che tenderà la mano per cercare di riprendersi Orfeo; la tragicità espressa da questi due gesti (lo sguardo di Orfeo e la mano di Euridice) ci consente di comprendere come l’anelito al possesso sia pericoloso poiché rischia di far finire il rapporto. La distanza che separa gli amanti è la condizione stessa dell’amore e chi si illude di accorciarla potrebbe perdere l’amore.

Nel saggio L’Harem e L’Occidente la scrittrice affronta il tema del femminile considerandolo una sorta di “potere incontrollabile”, di “luogo emotivo” dal quale scaturisce una forza dirompente, inesauribile. La scrittrice analizza il tema della bellezza femminile comparando due punti di vista, quello orientale e quello occidentale, muovendo dalla differenza di significato attribuito al termine Harem. Gli Occidentali, solitamente, sorridono quando sentono pronunciare questa parola e la associano al piacere dei sensi, allo spasso, mentre per molte donne arabe è considerata prima di tutto sinonimo di famiglia e spesso anche di “prigione”.
L’harem è, infatti, “una tradizionale abitazione familiare dalle porte sbarrate che le donne non erano autorizzate ad aprire”. Dal punto di vista etimologico il termine harem deriva da harām, che significa illecito, peccaminoso e indica tutto ciò che è proibito dalle leggi religiose, al contrario di ciò che pensano gli occidentali, che lo legano all’euforia, all’assenza di limiti e a festini orgiastici. Ciò accade perché gli occidentali si riferiscono alle immagini delle danzatrici del ventre dei film hollywoodiani o agli harem dipinti nei quadri di pittori famosi come Ingres, Matisse o Picasso, che mostrano le donne quali creature “nude e passive”.

Eugene Delacroix, Donne di Algeri, 1834.

I pittori musulmani, in alcune miniature (appartenenti all’ambito della pittura profana), al contrario, le immaginano, dotate di arco e frecce e vestite con abiti pesanti, mentre cavalcano veloci cavalli, riconoscendo, quindi, la forza misteriosa racchiusa nel femminile.

Elena Apostolo

Son tanto brava

di Sibilla Aleramo

(1876-1960)

 

Son tanto brava lungo il giorno.
Comprendo, accetto, non piango.
Quasi imparo ad aver orgoglio
quasi fossi un uomo.
Ma, al primo brivido di viola in cielo
ogni diurno sostegno dispare.
Tu mi sospiri lontano:
«Sera, sera dolce e mia!»
Sembrami d’aver fra le dita la
stanchezza di tutta la terra.
Non son più che sguardo,
sguardo sperduto, e vene.

da “Momenti” (1912-1920)